Ridefiniamo i mercati emergenti con un approccio più mirato
Principali insegnamenti
- I benchmark tradizionali dei mercati emergenti sono sempre più dominati dalle economie di grandi dimensioni e più mature, riducendo così l’esposizione alla crescita realmente trainata dallo sviluppo.
- oncentrandosi sui “veri mercati emergenti” si considerano i paesi in cui la trasformazione strutturale, la finanziarizzazione e la convergenza dei redditi sono ancora in corso.
- Economie come India, Brasile, Arabia Saudita, Messico e Sudafrica offrono fattori di crescita diversificati e dinamici.
- Il quadro a più parametri di WisdomTree ridefinisce i mercati emergenti sulla base del relativo sviluppo e maturità, invece di utilizzare le classificazioni tradizionali.
- Il portafoglio che ne deriva riduce il rischio di concentrazione e offre un'esposizione più mirata a mercati in forte crescita e poco sfruttati
Da tempo gli investitori sono attratti dai mercati emergenti per un motivo semplice: l’opportunità di partecipare al percorso di sviluppo economico caratterizzato da aumento dei redditi, espansione della classe media, consolidamento dei mercati dei capitali e trasformazione strutturale che accompagna il passaggio di un paese dallo status di nazione a basso reddito a quello di nazione a reddito medio. Nel settore azionario globale, questo rappresenta uno dei principali fattori trainanti dei rendimenti a lungo termine.
Ma c’è un problema. Negli ultimi due decenni, l’universo dei mercati emergenti si è evoluto in modi che potrebbero compromettere la promessa originale. I relativi benchmark tradizionali sono ormai dominati da un numero ristretto di mercati maturi e di grandi dimensioni; si tratta di economie in cui i redditi pro capite sono aumentati notevolmente, gli standard creditizi sono migliorati, i mercati dei capitali si sono consolidati fino a raggiungere le dimensioni di quelli sviluppati e l’andamento dei mercati azionari è diventato meno sensibile ai classici fattori trainanti che avevano inizialmente attirato gli investitori.
Ne deriva che un'esposizione generalizzata può smettere di comportarsi come un investimento diversificato nella crescita guidata dallo sviluppo trasformandosi invece in una scommessa incentrata su una manciata di grandi mercati e società mega-cap. Per gli investitori che desiderano cogliere la convergenza e il cambiamento strutturale, si tratta di una discrepanza che vale la pena affrontare.
Ridefiniamo i mercati emergenti
Un vero mercato emergente è un paese che, dal punto di vista economico e istituzionale, non è ancora paragonabile ai mercati sviluppati, presenta ancora un margine di crescita significativo determinato dallo sviluppo e dal rafforzamento dei mercati dei capitali, e rimane un’opportunità di investimento con un livello di praticità sufficiente. Si tratta di un quadro di riferimento basato sullo sviluppo e sulla maturità del mercato, non sulla classificazione tradizionale.
Prendiamo ad esempio l’India. Il prodotto interno lordo (PIL) pro capite si attesta a circa 3.000 dollari1, una frazione dei livelli dei mercati sviluppati, eppure il Paese sta costruendo infrastrutture pubbliche digitali su una scala e a una velocità che non hanno precedenti storici. Lo scorso anno, la Unified Payments Interface (UPI) ha elaborato transazioni per un valore di 300.000 miliardi di rupie, un numero 300 volte superiore a quello di otto anni fa2. Non si tratta di un'economia matura che ottimizza i margini, ma di un'economia in piena trasformazione strutturale, che sta formalizzando, digitalizzando ed espandendo in tempo reale il mercato di riferimento per le proprie società quotate.
Contemporaneamente, i vantaggi che la natura del Brasile conferisce al Paese lo fanno emergere rispetto agli altri. È tra i primi cinque produttori mondiali di soia, caffè, zucchero, succo d’arancia e carne bovina3. È anche uno dei produttori di petrolio non OPEC in più rapida crescita e, nell’attuale contesto dei prezzi, l’88% della sua elettricità proviene da fonti rinnovabili4. Questa combinazione di entrate derivanti dall’esportazione di petrolio e isolamento dei costi energetici interni grazie alle energie rinnovabili rappresenta un doppio vantaggio piuttosto raro.
L’Arabia Saudita è un esempio di economia che sta utilizzando la ricchezza derivante dalle materie prime per attuare una trasformazione radicale. Il turismo ha già raggiunto i 122 milioni di visitatori, con la Coppa del Mondo FIFA 2034, la Formula 1, la Riyadh Season e i megaprogetti che generano una domanda sostenuta5. Inoltre, la capacità dei centri dati sta crescendo del 29% all’anno e continuerà così fino al 20306.
Il Sudafrica offre un’ulteriore prospettiva. In tutto il continente africano, il settore bancario è ben capitalizzato e in espansione. L’84% degli adulti possiede ora un conto, in aumento rispetto al 52% del 2003, ma il credito alle famiglie rappresenta appena il 34% del PIL e il debito societario, pari al 31%, è basso rispetto ai paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE)6. Con il calo dei tassi, ci sono margini per una crescita del credito. Gli elevati prezzi dell’oro e del platino nel 2025 avvantaggiano significativamente il Sudafrica, stimolando una crescita trainata dalle esportazioni, aumentando le riserve valutarie e rafforzando il gettito fiscale.
Il Messico si trova al crocevia tra nearshoring e inclusione finanziaria. Circa il 53% del PIL è legato agli scambi commerciali con gli Stati Uniti, con approssimativamente l’80% delle esportazioni conforme alle norme dell’Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (USMCA). Questo rappresenta un vantaggio strutturale in un momento in cui la politica doganale domina i titoli di giornale di tutto il mondo7.
Ciascuna delle economie descritte si trova in una fase diversa della curva di sviluppo, ma tutte condividono un filo conduttore. Le forze che storicamente hanno sostenuto il fascino degli investimenti nei mercati emergenti, tra cui convergenza, cambiamento strutturale, finanziarizzazione e crescita trainata dalle risorse, rimangono saldamente in atto. Non si tratta di classificazioni obsolete, ma di processi attivi e in evoluzione.
Al contrario, alcuni paesi ancora classificati come “mercati emergenti” negli indici tradizionali, quali Cina, Corea del Sud e Taiwan, si sono progressivamente allontanati da tale universo. I relativi livelli del PIL pro capite, la profondità dei mercati dei capitali e le dinamiche di crescita appaiono ora sostanzialmente diversi.
Presentiamo il WisdomTree True Emerging Markets UCITS ETF
Il WisdomTree True Emerging Markets UCITS ETF (WEM) replica il WisdomTree True Emerging Markets UCITS Index. A differenza dei benchmark tradizionali dei mercati emergenti, che si basano su classificazioni dei paesi ormai obsolete e presentano spesso forti sbilanciamenti a favore di poche grandi economie più mature, WisdomTree utilizza un quadro di riferimento proprietario basato su più parametri per identificare i paesi che si qualificano come veri mercati emergenti.
Figura 1: Quadro di classificazione dei paesi dei mercati emergenti di WisdomTree

Fonte: WisdomTree, al 27 febbraio 2026. HDI – Indice di sviluppo umano.
Questo analizza i dati macroeconomici di ciascun paese, tra cui la classificazione contenuta nel World Economic Outlook del FMI, il PIL pro capite, l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, il rating sovrano e la dinamica di crescita del PIL, nonché l’accessibilità e la negoziabilità del mercato azionario locale. La classificazione dei paesi viene rivista annualmente in linea con il quadro sopra descritto. Il WisdomTree True Emerging Markets UCITS ETF offre un'esposizione mirata a nazioni dei mercati emergenti poco sfruttate e con un forte potenziale di crescita strutturale, quali India, Brasile, Arabia Saudita, Messico, Sudafrica, Indonesia e Vietnam. Si tratta di economie in cui i fattori demografici favorevoli, i progressi nel settore digitale e la scarsa penetrazione nei mercati dei capitali continuano a offrire un significativo potenziale di crescita a lungo termine.
L’esposizione che ne deriva differisce in modo significativo dai tradizionali benchmark dei mercati emergenti, con un’active share del 66% rispetto all'MSCI Emerging Markets Index, che presenta allocazioni maggiori in Cina, Taiwan e Corea del Sud, ovvero paesi che mostrano caratteristiche economiche diverse rispetto ad altri mercati emergenti. La loro esclusione riduce inoltre la concentrazione, con la ponderazione complessiva delle prime dieci partecipazioni che scende dal 33,5% dell’MSCI EM Index al 16% del WisdomTree Emerging Markets UCITS Index.
Figura 2: Principali esposizioni per paese e differenze rispetto all’MSCI EM Index
Fonte: WisdomTree, MSCI, al 27 febbraio 2026.
Gli investimenti nei mercati emergenti sono soggetti a rischi, tra cui volatilità dei mercati, incertezza politica ed economica, fluttuazioni valutarie e modifiche normative, che possono influire sulla performance nel tempo.
1 World Economic Outlook del FMI, aggiornamento di aprile 2026. Stima del PIL pro capite dell’India per il 2026.
2 National Payments Corporation of India (NPCI) e Press Information Bureau of India (PIB) 2025.
3 Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), al 31 dicembre 2025.
4 Empresa de Pesquisa Energetica (EPE), bilancio energetico nazionale 2025, anno di riferimento 2024.
5 S&P Global Intelligence, al 31 dicembre 2025.
6 Studi economici dell’OCSE: Sudafrica 2025.
7 Banca mondiale, Banxico, al 31 dicembre 2025.