Accordo di Mar-a-Lago: una possibile strategia per il deprezzamento del dollaro
Principali insegnamenti
- L'“Accordo di Mar-a-Lago” è un concetto speculativo secondo cui gli Stati Uniti avrebbero deliberatamente deciso di perseguire una strategia volta a indebolire il dollaro per incrementare le esportazioni e affrontare gli squilibri commerciali, sebbene non vi sia alcuna dichiarazione ufficiale in merito.
- Ispirata all'Accordo del Plaza del 1985, questa versione moderna prevede azioni unilaterali da parte degli USA, come pressioni diplomatiche, strumenti fiscali quali un fondo sovrano e politica industriale, per riallineare i valori delle valute.
- A causa dei mutati equilibri geopolitici, un coordinamento globale appare improbabile. L'Europa procede al riarmo in modo indipendente, riducendo l'influenza degli Stati Uniti, mentre la Cina rimane cauta, diffidente dopo l'esperienza storica del Giappone con l'apprezzamento forzato della valuta.
- I critici vedono più disaccordo che accordo, sostenendo che incontrerebbe resistenza a livello internazionale e che manca lo spirito di cooperazione necessario per interventi di successo sul mercato valutario.
- Se tale politica dovesse emergere, a trarne vantaggio potrebbero essere asset come l'oro, l'argento e le materie prime (a causa della loro relazione inversa con il dollaro), nonché le azioni con dividendi elevati e orientate al valore, considerate scommesse difensive in mercati turbolenti.
Negli ultimi mesi, il concetto del cosiddetto “Accordo di Mar-a-Lago” (un'ipotetica iniziativa politica volta al deprezzamento del dollaro statunitense) ha guadagnato terreno tra i commentatori di mercato. In questo post, esploriamo cosa potrebbe comportare una tale iniziativa, dove potrebbe incontrare resistenza e quali asset potrebbero trarne vantaggio se implementata. Per essere chiari, nessun politico ha ufficialmente sostenuto questo obiettivo strategico e rimaniamo scettici sulla fattibilità di un tale sistema. Tuttavia, riteniamo che valga la pena eseguire quest'esercizio mentale.
Il difficile compito di prevedere i movimenti valutari
Tra le elezioni statunitensi del 5 novembre 2024 e l'insediamento del presidente Trump il 20 gennaio 2025, lo US dollar Index si è apprezzato del 5,7%. La sua piattaforma a favore della crescita ha portato molti analisti ad anticipare un ritmo più lento per i tagli ai tassi rispetto ad altre economie, rafforzando una visione rialzista del dollaro. Inoltre, la sua retorica incentrata sui dazi era vista come positiva per la valuta, in base alla logica secondo cui gli stessi avrebbero ridotto la domanda di importazioni degli Stati Uniti, diminuendo la necessità di valute estere.
A gennaio 2025, il consenso riteneva che il dollaro sarebbe stato forte1. Eppure, da allora ha più che annullato tutti i guadagni post-elettorali e le prospettive, nella migliore delle ipotesi, sono diventate neutre2.
Quest’inversione di tendenza potrebbe essere indice di preoccupazioni più ampie: rallentamento del commercio globale, escalation della guerra commerciale e percezione di instabilità politica a Washington. Ironia della sorte, i dazi, un tempo considerati favorevoli per il dollaro, sono ora accusati della sua debolezza.
Il deprezzamento del dollaro è un obiettivo politico?
In un contesto così mutevole, alcuni commentatori ipotizzano che l'amministrazione Trump stia perseguendo il deprezzamento del dollaro come strategia deliberata, volta a incrementare la competitività delle esportazioni statunitensi e a ridurre il deficit delle partite correnti.
Sebbene non vi sia stata alcuna dichiarazione formale, il presidente Trump e i suoi consiglieri sono da tempo contrari a un dollaro forte. In passato ha accusato le nazioni straniere di manipolazione valutaria3, suggerendo di reagire lasciando indebolire il dollaro.
Accordo di Mar-a-Lago: strategia coordinata o miraggio narrativo?
Quasi 40 anni dopo l'Accordo del Plaza del 1985, un patto storico volto a indebolire un dollaro sopravvalutato, è emersa l'idea di un equivalente moderno. Soprannominato “Accordo di Mar-a-Lago”, questo concetto immagina uno sforzo coordinato per riallineare il dollaro USA attraverso misure di politica diplomatica, fiscale e industriale.
Sebbene sia ancora speculativa, l'idea ha guadagnato terreno intellettuale in certi ambienti, spinta dallo slancio politico, dagli squilibri globali e dalle dinamiche di mercato.
Lezioni dall'Accordo del Plaza del 1985
L'Accordo del Plaza è stato un raro momento di coordinamento internazionale, che ha coinvolto Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito. È riuscito a ottenere un deprezzamento controllato del dollaro e a riequilibrare temporaneamente i flussi commerciali.
Figura 1: Tasso di cambio effettivo reale per il dollaro USA

Fonte: Banca dei regolamenti internazionali tramite la FRED® (Federal Reserve Bank di St. Louis). Gennaio 1964 - febbraio 2025. La performance storica non è indicativa di quella futura e qualsiasi investimento può diminuire di valore.
Tuttavia, il panorama geopolitico odierno è molto diverso e replicare tale coordinamento appare molto più difficile.
Cosa comporterebbe un Accordo di Mar-a-Lago?
1. Riallineamento del dollaro tramite la leva diplomatica
Gli Stati Uniti potrebbero usare l'accesso ai propri mercati e le garanzie di sicurezza come merce di scambio per persuadere gli alleati del G7, i partner mediorientali e i paesi dell'America latina a indebolire le proprie valute in modo coordinato. I paesi contrari potrebbero essere soggetti a dazi o restrizioni commerciali.
2. Ingegneria fiscale per riorientare i flussi di capitale
Creazione di un fondo sovrano statunitense per intervenire attivamente sui mercati valutari. Passaggio dal debito a breve termine ai titoli di Stato a lungo termine per ridurre il rischio di rifinanziamento e la pressione al ribasso sul dollaro. Alcuni ipotizzano addirittura una proposta radicale che vede il rifinanziamento del debito fruttifero in obbligazioni zero coupon.
3. Reindustrializzazione e riallineamento della catena di fornitura
Incentivi per la produzione nazionale e interventi per ridurre la dipendenza dalle catene di fornitura globali. Potenziale esclusione di partner fidati, come Canada e Messico, da settori cruciali come quello automobilistico.
Disaccordo, senza accordo
A differenza dell'Accordo del Plaza, che era un'iniziativa cooperativa, il concetto di Mar-a-Lago appare più unilaterale, ovvero l'espressione della volontà degli Stati Uniti piuttosto che un consenso multilaterale. Alcuni lo hanno definito il “disaccordo di Mar-a-Lago”.
Europa: riarmo a tutti i costi
La leva implicita nella proposta, ovvero la subordinazione del sostegno militare alla cooperazione valutaria, potrebbe già essere in diminuzione. I paesi europei hanno preso sul serio le minacce statunitensi e stanno ora abbandonando le tradizionali regole di bilancio per perseguire il riarmo militare. Se l'Europa si adopera comunque in tal senso, gli Stati Uniti avranno meno possibilità di ottenere il suo sostegno per svalutare il dollaro.
Cina: un osservatore cauto
I paragoni con l'esperienza del Giappone negli anni '80 sono frequenti. All'epoca, il Paese accettò l'apprezzamento della valuta sotto la pressione degli Stati Uniti, un fatto che molti ora ritengono abbia portato a bolle speculative e ai successivi “decenni perduti”. Per la Cina, tale episodio rappresenta un monito e difficilmente seguirà un percorso simile.
Anche se la Nazione sta valutando il passaggio a una crescita trainata dai consumi, come fece un tempo il Giappone, rimane profondamente diffidente di fronte all'idea di accettare un apprezzamento della valuta imposto dall'esterno.
Implicazioni sugli investimenti (se dovesse accadere)
Per ribadire quanto detto, pensiamo che la probabilità di un “Accordo di Mar-a-Lago” formale sia bassa. Ma se gli Stati Uniti perseguissero una politica di indebolimento del dollaro da una posizione di egemonia, potrebbero esserci diversi potenziali vincitori:
oro: già un bene favorito tra le banche centrali come quella cinese, l'oro potrebbe beneficiarne come riserva di valore senza rischio di credito. Gli investitori in oro con copertura valutaria possono inoltre trarre vantaggio da veri e propri effetti di conversione valutaria;
argento: si muove tipicamente in tandem con l'oro e potrebbe essere pronto a recuperare terreno;
materie prime: un dollaro più debole tende a far aumentare i prezzi delle materie prime. Tuttavia, se tale politica fosse accompagnata da restrizioni commerciali, i prezzi delle commodity potrebbero andare incontro a turbolenze a breve termine;
titoli azionari: in un contesto caratterizzato da un dollaro debole, preferiamo i titoli orientati al valore e con dividendi elevati. Se l'economia rallenta e il dollaro si indebolisce, gli investitori potrebbero rivolgere la loro attenzione ai titoli che distribuiscono dividendi, adottando una strategia tipicamente difensiva che offre sia il potenziale di rivalutazione del capitale che un flusso di reddito costante. Il fattore high dividend è sinonimo di una strategia di investimento esposta a società che appaiono sottovalutate e che hanno dimostrato dividendi stabili e in aumento. Nomi solidi nei settori dei beni di consumo di prima necessità, dei servizi pubblici, degli industriali e della sanità, rinomati per la loro stabilità, stanno registrando guadagni impressionanti nonostante le esitazioni delle mega cap tecnologiche.
Perché pensiamo che sia improbabile
Riteniamo che qualsiasi tentativo di svalutare il dollaro, se questo fosse davvero un obiettivo politico, sarebbe accolto con scetticismo o con una totale resistenza da parte delle altre nazioni. La storia dimostra che, per avere successo, gli interventi valutari richiedono un coordinamento ampio e un impegno costante. Nel contesto odierno, questo sembra sempre meno plausibile.
Tuttavia, come per molti altri aspetti dell'attuale amministrazione statunitense, non possiamo escludere nulla.
1Ad esempio, il 15 gennaio 2025, quando il DXY era a 109,1, il sondaggio di Bloomberg tra gli economisti indicava che le relative aspettative si limitavano a prevedere un calo del dollaro a 107,1 entro la fine dell'anno.
2Il 01 aprile 2025, quando il DXY era 104,1, il sondaggio di Bloomberg tra gli economisti indicava una mediana di 104,0 entro la fine dell'anno.
3Ad esempio, nel 2019 Trump ha ufficialmente definito la Cina un manipolatore valutario. Inoltre, l'ultima ondata di dazi annunciata il 2 aprile 2025, o “Giorno della liberazione”, sembra servirsi di un certo grado di manipolazione valutaria per determinare i livelli dei dazi.
